Piccoli grandi capolavori

13 10 2017

Scopro per caso, alla Festa del Volontariato 2017 di Bentivoglio, che durante lo scorso anno scolastico Virginio De Marchi (Circolo Sandro Pertini di Bentivoglio - Circolo Filatelico di Castel Maggiore) assieme all’insegnante Claudia Carboni, hanno realizzato un progetto con le seconde classi delle scuole medie di Bentivoglio.

Partendo dalle scoperte geografiche e dalla filatelia hanno concluso con la riscoperta di Bentivoglio e dei suoi edifici storici, tramite la loro rappresentazione con l’uso di differenti tecniche grafiche e pittoriche.

Complimenti ai ragazzi, agli insegnanti e agli organizzatori.

Bravissimi!



La famiglia Pizzardi

27 08 2012

 Articolo tratto da “La Repubblica - Bologna”



Amelia, infermiera ai tempi del Professor Pallotti

5 12 2011

Questa è una storia che mi raccontò Amelia Longhi Cesari nell’ottobre del 1991. A mente fresca pensai di scriverla.  Oggi la signora Amelia  mi ha dato il permesso di pubblicarla.

L’Ospedale di Bentivoglio era conosciuto in tutta l’Italia del Nord per gli interventi del professor Pallotti. Venivano da Milano, Torino, Genova e andavano nelle camere laggiù in fondo, a pagamento. “Un de’ l’arrivè anch quel di biscut”, Colussi, e quando andò via lasciò la mancia persino in portineria.

“L’ira tot un etar mond, un etar sistema ad lavurèr!”

Pensa che quando andai dentro io, nel ‘39, avevo quindici anni. Andai dalla Suora, e lei mi mandò dal Professore. Tremavo, perchè “alloura avevan sugezion”.

-”Professore, io vorrei venire a fare la pratica”-. Mi guardò dall’alto al basso e dal basso all’alto, poi disse:-”Va bene, ma ricordati:…Niente Paga, niente paga, niente paga”-, per tre volte. E così per tre anni lavorai per niente; giusto per Natale la  Suora arrivava con due arance in grembo

Il Professore sembrava un generale: quando il portinaio lo vedeva in fondo al viale, arrivare in auto con il suo autista, avvertiva i reparti.  I dottori correvano giù ad aspettarlo in portineria e si mettevano in fila sull’attenti. Poi uno dietro l’altro lo seguivano, prima nei reparti e dopo agli infettivi.  Attorno al professore c’era sempre un gran silenzio. Al suo arrivo i parenti uscivano in fretta e lungo il corridoio si sentivano solo i passi che avanzavano per la visita.

Al reparto infettivi si accedeva dall’esterno dell’ospedale. I parenti che volevano visitare gli ammalati, andavano su una scaletta in legno appoggiata alla finestra e li vedevano attraverso il vetro.

Il professor Pallotti, una persona molto severa e ligia al dovere, operava tutti i giorni dalle sette alle due-tre  del pomeriggio, senza mai fermarsi. Non si poteva parlare nè dentro, nè fuori dalla sala operatoria, e le uniche cose che diceva erano: “Andiano che è tardi, andiamo che è tardi, andiamo che è tardi”, sempre tre volte.

C’era una suora, Suor Furla che lo assisteva e si diceva che fosse diventata brava come lui. Il Professore avrebbe dovuto operarsi di ulcera ma non si fidava di nessuno. Solo dalla Suora si sarebbe lasciato operare.

Avevamo una tale paura del professore, che per non incrociarlo in corridoio ci nascondevamo dentro all’armadio, fin che non era passato. Eravamo in quattro infermiere in tutto il reparto, e per dare le ferie il professore ci disse che saremmo rimaste in tre. L’Amministrazione dell’Ospedale aveva pensato di non prendere nessun sostituto perchè con i soldi risparmiati avrebbe comperato un ferro da stiro per la lavanderia.

Regnava una disciplina quasi al livello di una caserma, ma la gente lavorava con un grosso interesse. C’era una forte gerarchia: le praticanti, le infermiere, i dottori, la suora e il professore. Bisognava sempre ascoltare il professore, quasi con la testa china.

Se un giorno c’era poco da fare, la suora faceva mettere a sedere qualcuna, che restava senza paga: questo per risparmiare. E con delle economie, a volte anche troppo eccessive, il bilancio tornava. Con questi metodi la medicina a Bentivoglio aveva fatto passi da giganti, e non c’è dubbio che la morte del professor Pallotti lasciò un forte vuoto nella chirurgia bolognese.



Una nuova pagina di storia

29 11 2011

Le vicende medioevali-rinascimentali avvenute a Bentivoglio erano note a tutti:  Giovanni II Bentivoglio, sua moglie Ginevra Sforza, il loro castello “Domus Iocunditatis” o l’incontro tra Lucrezia Borgia e Alfonso I d’Este. Poco si sapeva, invece, sulla Bentivoglio di fine ‘800 - inizio ‘900.

Un giorno, quasi per caso, Cesare Tommasini (bibliotecario di Bentivoglio negli anni ‘90) trovò tra i libri di religione… “Diadumena di Dio”. Da lì si aprì una nuova pagina di storia.

“Questo non deve stare tra i libri di religione…va tra la storia locale”.

Il libro era la biografia di Suor Maria Teresa Veronesi, la madre superiora chiamata dal Marchese Carlo Alberto Pizzardi per aprire una scuola al Castello di Bentivoglio. Si narrava dell’arrivo sul barcone delle Suore Minime dell’Addolorata (gruppo di S. Clelia Barbieri), del bel periodo che visse Bentivoglio, della carica di Suor Teresa e del salvataggio di un bambino caduto nel canale. Veniva anche descritta la fine di questo periodo fiorente: il ritiro di Carlo Alberto Pizzardi da Bentivoglio, la chiusura della scuola, il trasferimento di Suor Teresa a Cinquanta e l’arrivo dalla Svizzera del Fattore De’ Rham assieme alla famiglia.

De' Rham

Foto: Famiglia De’ Rham sulla torre (1917)

In quegli anni, in biblioteca non c’era ancora il collegamento internet, Cesare Tommasini iniziò a svolgere le sue ricerche usando gli elenchi telefonici del Bar Sport. Arrivò ai nipoti della “famiglia De’ Rham”, che vivevano a Firenze e gestivano un’enoteca. Questi gli dissero che erano stati contattati anche da un’altra persona che stava scrivendo un libro su Bentivoglio, un certo Salvatore Bianconi.

Per Cesare Tommasini fu proprio un bel colpo: due nuovi libri su Bentivoglio all’insaputa dei bentivogliesi! Le ricerche telefoniche del nostro bibliotecario proseguirono, purtroppo arrivò alla famiglia di Bianconi, di Roma, troppo tardi, quando il libro era appena uscito ma l’autore era morto da un paio di mesi.

Salvatore Bianconi, insegnante di disegno in un istituto per geometri a Bologna, originario di San Marino di Bentivoglio, era stato il nipote della “donna di servizio” di Pizzardi a Bentivoglio, la quale era solita annotare le vicende accadute su un taccuino.

Il libro “I Cavalieri della Valle” ebbe un grande successo: un misto tra realtà e gossip locale,  scritto con una grande capacità narrativa e arrichito con foto inedite e con disegni dello stesso autore.

Il ponte girevole a Bentivoglio (disegno di Salvatore Bianconi)



Racconti di Felice Taglioli

21 10 2011

Felice Taglioli, emigrato nel 1930 con la famiglia da Lizzano in Belvedere in Argentina, dovette interrompere le elementari dopo la promozione alla 5a, e nel nuovo paese non potendo continuare la scuola in lingua italiana, ricominciò le elementari in lingua spagnola fino alla 3a classe.

Ritornato con i suoi a Bentivoglio quando era ventenne, fu richiamato sotto le armi per la seconda guerra mondiale. Molti anni dopo, potendo entrare per i suoi titoli di ex combattente nel ruolo di personale non docente delle Scuole di Stato, si preparò privatamente e nel 1972 sostenne le prove d’esame per la licenza di 5a elementare, svolgendo alcuni temi. Qui ne vengono pubblicati due.

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 LA LUNA

Marilisa cara, scusami ma non parlerò della luna con riferimento all’attuale impresa dei tre astronauti americani. Voglio invece raccontare qui la luna dei miei ricordi, la luna come la vedo io.

Ricordo ancora la luna che vedevo quando ero ragazzo, e mi trovavo in estate lassù a Vidiciatico dai miei nonni, quando ci mettevano trutti fuori al fresco e mio nonno ci raccontava tante storie sulla luna e in particolare la leggenda di lassù: la luna era su tutto, la luna aveva poteri straordinari quando era in plenilunio e si fermava sulla montagna. [...]

Poi voglio raccontare come vedevo la luna quando ho incominciato a innamorarmi. Quella era la luna delle immense praterie argentine, quando a 14 anni presi la mia prima cotta; qui dovrei scrivere pagine intere, ma chi mi crederebbe? Dirò solo che era una fanciulla meravigliosa che si chiamava Isabel…figlia di sangue meticcio di un ranceros, cioè allevatore di bestiame dove io mi recavo al sabato per aiutare a radunare il bestiame.

Così alla sera si ballava e si mangiava all’aperto, al suono di chitarre. Quante canzoni avevano per soggetto la luna! Non lo ricordo, ma so che per tre felici anni quella era la luna più bella della mia vita. Quando finito il duro lavoro ci  prendevamo per mano, mi sembrava di essere il padrone del mondo, mi sembra anche in questo momento di assaporare quel bacio del 25 Maggio 1935. Sotto una splendida luna che illuminava la Repubblica Argentina. 25 Maggio giornata nazionale, festa della liberazione di quel grande paese.

Poi il destino mi riportò nella mia terra,  dopo poco tempo incontrai anche qui l’anima gemella. Posso dirmi fortunato, ma fu molto meno romantico perchè per me, per mia moglie Rina e per tanti altri, la luna della nostra gioventù è stata illuminata dai bagliori di una tremenda catastrofe: la <<guerra>>.

Maestrina cara voglio dire solo questo, tu non puoi immaginare come si potesse tremare quando c’era la luna piena, eppure era così: i bombardamenti nelle città e noi al fronte…erano combattimenti tremendi se qualcuno si muoveva…


L’AVVENIMENTO CHE RICORDO CON PIU’ GIOIA E

L’AVVENIMENTO PIU’ TRISTE DELLA MIA VITA

A quasi 52 anni di età gli avvenimenti di gioia e tristi della mia vita sono un’infinità; voglio solo dire che gli avvenimenti di gioia sono molto di più e di ciò devo ringraziare la mia buona stella e tutti coloro che mi sono stati compagni nel lungo cammino di questi miei anni. Qui, in questo tema voglio ricordare una data che fu per me di gioia e nello stesso tempo triste.

So che quel 24 Maggio 1945 non lo dimenticherò mai.

Avevo allora quasi 25 anni e tanta era la gioia nel rimettere piede nella mia cara Bologna!

Scendevo allora da quel camion che veniva da Suviana, dove ero arrivato in treno dalla cirrà di Bari, dove ero sbarcato dalla Yugoslavia, reduce da una triste ed ingiusta guerra che mi aveva portato via quasi 5 anni dalla mia gioventù.

Dall’8 settembre 1943 non avevo notizia di tutti i miei cari e fin dal giugno ‘43 non avevo rivisto la mia cara città.

Sceso a terra, in viale Aldini baciammo la terra; questo era un giuramento che avevamo fatto tra amici, là in quella terra straniera. Ci abbracciammo e lacrime di gioia erano negli occhi di tutti.

Questa è una gioia che prova solo chi ritorna e ama il proprio paese, la propria città e la Patria; solo chi ci rimane lontano e ritorna, la può provare. Con la promessa di ritrovarci, ogniuno di noi scelse la via di casa.

<<Ritorno a casa, Iddio Santo, pregavo dentro di me, che novità ci saranno dopo due anni di silenzio? La mamma, mio padre, i miei fratelli, la Rina!>> Non vedevo l’ora di abbracciarli tutti.

Aleeeh! Zaino in spalla e giù per Santo Stefano fino in centro, la piazza, il giagante, via Rizzoli. Poi verso le due torri, qui a compiere un’altra Promessa fatta ad un amico, che nel morire, colpito in quella battaglia di Gaspir….mentre io cercavo di aiutarlo mi disse in puro bolognese:

<<Felice, appena arrivi a Bologna, vai sulla torre degli Asinelli e saluta per me tutta la città>>, mi diceva: << La mi bulogna!!  La mi bulogna!!>>, <<Poi vai da mia madre>> e stringendomi una mano, spirò.

Pagai le 10 lire e cominciai a salire: ogni scalino fu per me qualcosa che qui non posso descrivere; ci vorrebbero pagine intere per dire tutto quello che pensai. Arrivato lassù erano le nove: lo ricordo ancora come se fosse ieri, questo momento e cosa videro i miei occhi…Quasi tutta Bologna intorno al centro storico distrutta dalla guerra: scesi in fretta e mi avviai verso la stazione, cercando il treno per Corticella o per San Giorgio di Piano. O Dio era finita davvero la gioia del ritorno a casa?…

Non c’era stazione, non c’erano tranvai, era tutto distrutto. Mi avviai a piedi fino all’ippodromo, qui trovari un calesse che mi portò fino a Funo; quel caro contadino mi raccontò tante cose che io non potevo nemmeno immaginare. Ma cresceva in me la fretta di arrivare a casa.

Poi da Funo presi la strada verso Castagnolino, dove abitava un mio zio, dove avrei preso la bicicletta. Arrivato vicino alla casa di mio zio c’erano le ragazze del contadino in campagna, che stavano zappando del terreno vicino alla strada e, conoscendole di vista, mi fermai per chiedere loro notizie e per salutarle.  Non avrei mai immaginato che da quel momento cambiava completamente la mia vita. Come posso scriverlo qui?…

Cercherò di spiegarmi, ma non mi sarei mai aspettato che il destino mi riservasse tanto dolore.

Le ragazze mi scambiarono per mio cugino e così a bruciapelle mi dissero che era morto un mio cugino, Taglioli Enzo, che un fratello della fidanzata di Felice lo avevano ucciso, poi che 8 giorni prima cioè il 16 Maggio 1945 i partigiani avevano prelevato un mio zio, Taglioli Ettore e lo avevano ammazzato poco lontano da casa a Galliera, ebbene quello era mio Padre !!!…

Marilisa cara, crollai a sedere e mi misi le mani nei capelli, poi piangendo dissi: <<Perchè non sono morto anch’io là in guerra?…>> .

Ma come? Un mese dopo che la guerra era finita i partigiani uccidevano ancora? Cosa aveva fatto mio padre?…

Le ragazze di Gamberini, il contadino, fuggirono in casa piangendo: poverine, senza volerlo mi avevano anticipato una così tremenda notizia. Accorsero i miei zii, i miei cugini e fui portato di peso in casa: mia zia mi fece uno zabaione con un uovo. Ma nessuno rispondeva ai miei perchè, alle mie domande. Quella gente aveva paura; io rodendomi di dentro pensavo a ciò che avrei trovato a casa mia.

Poi dicevo ad alta voce: <<Ma come i Comunisti cosa fanno? Il comitato di liberazione cosa fa?>>.

Io gli ultimi diciotto mesi ero stato partigiano e non avrei mai immaginato che proprio loro, i miei compagni si fossero e si stessero ancora macchiando le mani di sangue. Qui ci vorrebbe uno scrittore per scrivere tutto ciò che passava dentro di me.

Presi la bicicletta e mi avviai verso casa; giunto al crocevia della strada che viene da San Giogio di Piano con quella di Santa Maria in Duno, cioè ai “Du Pont”, come chiamavamo noi allora quel posto, rivolsi lo sguardo verso Bentivoglio.

Una donna veniva pian piano in bicicletta; giunta davanti al cimitero si fece il segno della coroce alzando il viso, la riconobbi: era mia madre. Rimasi immobile appoggiato al ponte a testa china. Volevo gridare <<Mamma>>, <<Mamma!!!>>, ma la voce non mi venne. La seguii perchè lei non mi aveva riconosciuto, ma sapevo che fra poco si sarebbe fermata alla “Mezza cà”, dove abitava una sua sorella, posata con un fratello del mio povero papà, cioè miei doppi zii.

La lasciai entrare, poi gridando entrai anch’io. Gli abbracci, le lacrima, tutto era gioia e nello stesso tempo tristezza; un mio cugino corse a chiamare la mia fidanzata, Rina, che abitava poco lontano. Vedendola arrivare dalla finestra, corsi fuori: non dimenticherò mai cosa furono quei momenti per me.

Finita la gioia di ritrovarci assieme, ecco la tristezza. Mia zia aveva perso suo figlio Enzo, prigioniero in guerra. Il fratello della Rina era stato ucciso fin dal 1944 in circostanze misteriose. E mio padre era stato ucciso 8 giorni prima del mio arrivo.

Ma per domande che facessi nessuno parlava, solo mia madre piangendo mi diceva: <<Felice, Felice!! Stai zitto per carità, quelli vengono ed uccidono anche te>>. Ecco cosa succedeva allora. Quei fatti rimarranno sempre dentro di me; hanno trasformato la gioia della fine della guerra, dove tutti ci dovevamo voler bene come fratelli per ricominciare a costruire ciò che guerra aveva distrutto, in un popolo di nemici ed avversari che purtroppo ci divide ancora.

Ecco, cara Marilisa, perchè il sottoscritto è un Democratico Cristiano; io cerco e ho sempre cercato di pacificare gli uomini, ma dicendo sempre la verità. Il Comunismo si scavò la fossa allora con quegli errori e per risalirla dovrà passare ancora un’altra generazione: forse allora tutti quelli come me dimenticheranno e, con il perdono di Dio ritornerà la vera Pace per tutti.

Questo spetta a voi giovani: vogliatevi bene e non andate mai alle due estremità. Così voi non passerete mai ciò che abbiamo passato <<Noi>>.

 

Ringrazio Clara Taglioli per avermi inviato i temi di Felice.

Miria Cervi






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